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Come al solito la mountain bike non finisce mai di stupirmi.... per questo mi piacerebbe condividere con gli utenti di questo sito la mia esperienza alla Black Forest Ultra Marathon 2011....
Anni passati a tirarsi il collo in garette di paese e granfondo nazionali per il 4°-5°-6° posto non valgono nulla paragonate all'emozione di finire e ripeto, solo finire una gara come quella di domenica scorsa (19.06.2011) a Kirchzarten in Germania. Un'esperienza così riempie la stagione e resta nella memoria.
La gara ultra presenta uno sviluppo di 116.9 km e 3150 m di dislivello in salita e vanta 5000 e rotti iscritti. Tosta, ma fattibile con buon allenamento anche perchè il fondo dovrebbe essere scorrevole. I paragoni con la Dolomiti Super Bike sono d'obbligo.
Questo sulla carta, ma quando ti trovi in griglia di partenza con meno di dieci gradi e un cielo nero a 360° cominci a preoccuparti. Per me doveva essere una gara in preparazione a ben più ambiziosi obiettivi, invece è stata una vera e propria avventura.
I primi partono alle 7:35, la mia griglia verso le 7:55.
Due km pianeggianti su asfalto e le prime raffiche di vento laterale scremano il gruppettino della 14° griglia fin dall'inizio, poi si comincia a salire. Con passo buono e regolare guadagno il primo gpm in circa 1h15', intanto già da qualche minuto piove e grandina. Sono circa le 9:30, ma nel bosco è' buio pesto e per affrontare alcuni tratti di discesa ci vogliono i fari, per la restante parte una tuta da alpinismo, perchè il freddo è pungente e il termometro scende fino a 3/4°. Essere bagnati fradici con quelle temperature e buttarsi in picchiata giù per discese velocissime, garantisco che è veramente una tortura.
Comincio a slacciarmi le scarpette per far affluire più sangue ai piedi, poi mi copro come posso e comincio a roteare le braccia ormai quasi insensibili. Il rischio di ipotermia non è lontanissimo. Giunto al primo ristoro vedo molti biker ritirati, tra i quali, saprò dopo, anche alcuni elite.
Sono testardo, vedo davanti a me alcuni biker dal look e dalla fisionomia tipicamente tedesca, e mi dico :”Loro non mollano, bene, non mollerò nemmeno io, vediamo chi la spunta”. La gara diventa una sfida con gli altri, ma soprattutto con se stessi. Proseguo, ma il tempo non migliora. Cerco di fermarmi il meno possibile per non raffreddarmi e cerco di alimentarmi regolarmente per non andare in crisi. Il contachilometri non funziona più, l’altimetria è infangata e bagnata irrimediabilmente e d'ora in avanti i miei riferimenti saranno solo i ristori, sette in tutto. Il fango comincia a compromettere la frenata il cambio e la catena, così al secondo ristoro mi fermo e lavo la bici. Quando riparto tremo come una foglia. Nei pressi del lago che si incontra sul percorso, le raffiche di vento sono impressionanti, si fa fatica a stare sulla bici e continua a piovere. Sono ricoperto di fango dalla testa ai piedi, ogni tanto provo a pulirmi gli occhialini, ma è difficile trovare superfici pulite. Verso il 60° km il cambio mi abbandona completamente. Rapporto fisso sull'ultima corona posteriore e possibilità di usare le tre corone anteriori con due limiti: col padellino la catena si aggroviglia per via del fango, forse perchè non troppo tesa; col padellone la catena tocca contro il deragliatore, perchè “incrociata”. Morale, da lì in avanti tutte le salite da padellino le affronterò a piedi, le restanti col centrale o col padellone, cosa che mi spaccherà completamente le gambe e che mi impedirà di poter usare la mia “arma” migliore, il ritmo agile. Mentre nella prima parte di gara ero io a superare, ora sono gli altri che mi superano e io no posso fare niente. Sono nervosissimo, non posso cambiare, il più delle volte non so dove sono, piove e fa un freddo terribile. La parte centrale della gara è la più dura. Le salite sono diventate letti di fiume, le pendenze sono impressionanti e il fango è il re incontrastato, ma la forma fisica è ancora buona e così il pensiero del ritiro non mi passa neanche per l'anticamera del cervello. A passo lungo e distinto con bici a mano spiano letteralmente via due gpm consecutivi. I ristori successivi li farò solo per lavare la bici e di tanto in tanto per rifornirmi di acqua.
Il muro più famoso della Black Forest, quello con il “chitarrista matto” è un'esaltazione unica. Si corre tra due ali di folla, come al tour o al giro la gente grida il tuo nome, il “chitarrista matto” sta al centro della strada, canta e urla in tedesco, fino a quando gli passi a 20 cm, allora si sposta e grida il tuo nome più volte incitandoti. L'adrenalina sale a mille. Tu sei lì tutto infangato, stanco, affamato e infreddolito, ma tutto a un tratto ti viene addosso una forza tale che non riesci a concepire.
Anche in questa parte finale di gara trovo lungo il percorso diversi ritirati e biker alle prese con forature o guasti meccanici.
Verso l'ultimo gpm finalmente il tempo migliora, c'è anche un po di sole, ne approfitto per mangiare qualcosa e poi mi getto in discesa, pensando che ormai è fatta. Come nelle discese precedenti non riesco a fare velocità, non potendo pedalare, ma in breve sono nel fondovalle, due ponti artificiali, curva a sinistra, ancora curva a sinistra ed eccomi nella pista d'atletica. Il fango si è ormai indurito sul viso, sui vestiti e sulle gambe, sono irriconoscibile.
La gente grida e applaude ad ogni biker! Ti senti un idolo, al traguardo l'emozione è indescrivibile!!
Lungo il percorso che porta all'albergo le strade sono affollate, la gente ti guarda, vede che sei sporco da cima a fondo e capisce che hai fatto l'ULTRA, allora ti cede il passo e a volte ti dice qualcosa di complimentoso, perchè hai appena portato a termine la Black Forest Ultra Marathon più estrema di sempre, a detta di tutti.
Freddo, vento, grandine, acqua, fango e cambio rotto mi fanno godere di più per questo risultato: 7h07'20'', 345° assoluto, 11° italiano e soprattutto gara portata a temine.
Complimenti a Massimo per aver completato questa gara durissima, mi spiace invece per i miei compagni d'avventura, Claudio, Fabio, Ermanno e Riccardo che costretti dalle condizioni meteo al ritiro o al cambio di percorso, hanno potuto gustare solo in parte il senso e l'emozione che ti lascia l'aver portato a termine una gara simile.
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