Zeda e Gridone in giornata: storia di un giro da mat PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo Busti   
Lunedì 23 Agosto 2010 19:43

copertina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 17 Agosto Mario e Paolo, due ragazzi del nostro gruppo, hanno portato a termine un giro in mountain bike non scontato con due tra le cime più ambite del bacino del Lago Maggiore: Zeda e Gridone.

Guardate per credere.

Ecco il racconto dettagliato e le foto della loro avventura. 

 

 

 

E’ la fine di Luglio e Mario mi propone di fare un giro in bici un po’ tosto. Accetto subito l’idea, ma il giro proposto non mi convince molto per i troppi trasferimenti in asfalto e così dopo aver spulciato cartine, siti internet e relazioni di viaggio varie faccio la controproposta: Zeda e Gridone (in Italia più conosciuto come Limidario) partendo da Cannobio.

La proposta viene accettata! Siamo entusiasti! Comincia la fase di pianificazione e definizione dei dettagli del percorso. Quì Giancarlo Colla, il mitico nonno di Mario, ha un ruolo fondamentale. Ci troviamo attorno a un tavolo tutti e tre e, rispolverando i suoi non lontani trascorsi su quelle montagne, Giancarlo ci dà le dritte giuste per poter portare a termine il percorso nel minor tempo possibile: taglioni, scorciatoie da brivido, ma anche dettagli su fontane, punti di ristoro, etc.

Il giro prende sempre più l’aspetto di un’impresa e, arrivate le vacanze d’Agosto, non resta che sperare nella clemenza del meteo. Passano i giorni, ma continua a piovere e le previsioni non migliorano fino a lunedì 16 Agosto. Sono le 20:35, la tv svizzera ha appena dato l’ultimo bollettino meteo, suona il telefono, è Mario: “Andiamo?”. “Andiamo!” rispondo io.

Alle 3:45 di lunedì 17 Agosto suona la sveglia. Sul tavolo della cucina lo zaino è già pronto, in macchina la bici è ben incastrata. Alle 4 parto, alle 4:20 carico Mario a Germignaga e poi puntiamo verso Cannobio. Al punto di partenza del nostro giro scarichiamo le bici, foto di rito e poi via! Alle 5:50, muniti di luci, inizia la nostra avventura. Non abbiamo dubbi. Ce la faremo! Nonostante la grande fase preparatoria non sappiamo cosa ci aspetta!

Dopo pochi chilometri d’asfalto e una macchina contromano siamo a Cannero. La salita è subito ripida, azzecchiamo immediatamente il primo bivio strategico e in pochi km di asfalto e sterrato a gradoni siamo a Trarego dove ingurgitiamo panini come fossero caramelle. Quì la prima sorpresa: Mario ha dimenticato la cartina. Io non ho mai fatto né Zeda, né Gridone, lui sì, ma a 10 anni….. Avrei voluto strozzarlo!! Doveva portarla lui e l’ha dimenticata! Noooooooooo! Per fortuna ci sono i disegni di Giancarlo, i vaghi ricordi di Mario e il nostro gran cul… pardon, senso dell’orientamento!

colla

 

I boschi e le cascine sono bellissimi e ben tenuti, le mazze di tamburo sono numerose. Alzandoci di quota troviamo nuovamente l’asfalto, ma dura poco, così ricomincia lo sterrato e attraverso larghe strade forestali raggiungiamo l’Alpe Archia. Da lì a breve la vegetazione lascerà il posto a prati scoscesi puntinati da bellissimi cavalli e da pecore a mio avviso eccessivamente mal tenute e lasciate a loro stesse che a fatica ci cederanno il passo sui dolci e lineari tornanti che conducono al rif. Vadà. Il rifugio è moderno e ben integrato nell’ambiente montano, ma è chiuso e l’acqua nelle nostre borracce comincia a scarseggiare. E’ un problema, perché noi beviamo come cammelli.

Tra tratti tecnici pedalabili e tratti a piedi raggiungiamo la base della “piramide” sommitale del Monte Zeda. E’ ripida, ma a prima vista sembra uno strappo da qualche decina di minuti. In realtà sono 330 m di dislivello tra rocce e rocce e rocce: alla fine ci metteremo più di tre quarti d’ora con le bici in spalla. Giunti in cima il panorama sulla Val Grande e sul Lago Maggiore ci ripagano di tutte le fatiche. Pane e salame e un brindisi con coca-cola sono il nostro premio e poi sono solo le 10:30 e noi siamo perfettamente in tabella di marcia!

Siamo gasati!

Non siamo soli in vetta però. Una coppia di tedeschi ha continuato per tutta l’ascesa della “piramide” a seguirci con il cannocchiale e a fotografarci; dei valligiani ci incalzano di domande sul nostro percorso fino a lì. Evidentemente le bici sulla sommità di questa cima così arroccata non sono molto frequenti da vedere!

Cortesemente ci fanno una foto e prima di salutarci ci dicono : ” Dai forza, adesso è tutta discesa”. Non sanno il nostro itinerario di “ritorno”! Indichiamo loro il Gridone, distante in linea d’aria una dozzina di chilometri, ma solo uno di loro l’ha già fatto e sa di cosa si tratta. Una cosa è certa però. Visto da qui è veramente lontano!!

Inizia la discesa che secondo la nostra tabella di marcia sarebbe dovuta durare due ore. Un locale del rifugio Fornà è aperto, ma l’acqua è chiusa e noi abbiamo sete già da mezz’ora. Dalla cima del Monte Zeda saranno 1700 metri di dislivello in discesa e 200 in salita con bici in spalla tra pareti rocciose, scalette in sasso e vie attrezzate. Mai tratti eccessivamente pericolosi, ma spesso esposti, ripidi e soprattutto poco battuti e frequentati. Una vallaccia mica male insomma!

Tra qualche imprecazione e le prime allucinazioni raggiungiamo un fiume a mezz’ora da Falmenta dove una coppia di tedeschi prende il sole. Senza troppi giri di parole spieghiamo loro che non troviamo acqua potabile da quattro ore, così con molto altruismo ci riempiono le borracce di acqua con parte della loro scorta da spedizione nel deserto. Brava gente! Ringrazieremo a vita! Era l’acqua più buona del mondo!

In poco tempo siamo a Falmenta, i piedi cominciano a scoppiare nelle scarpette da biker. E’ vero masochismo! Poi l’asfalto, una fontana. E’ la civiltà! Finalmente si pedala! E’ una gioia immensa. Breve sosta, e poi via come fulmini in discesa, evitando un taglione del Colla (non diteglielo però) fino al ponte di Cavaglio. La discesa durerà in tutto 4 ore.

Sono le 14:30, pedaliamo e camminiamo dalle 5:50 della mattina, Cannobio e la macchina sono lì a pochi chilometri di discesa, ma noi al bivio imbocchiamo l’inizio della salita al Gridone. Troviamo asfalto, ma di quello che ti chiedi come facciano a posarlo dalla pendenza. Il catrame cola, il caldo è infernale. Ci fermiamo solo in un Circolino per un gelato, ma è una goccia d’acqua nel deserto.

Nell’irta salita Mario scambia staccionate per cani e cerca di farmi desistere: “Guarda lì! Dove! Là, c’è un cane! Ma va è una staccionata. No no è un cane, torniamo indietro, quello ci morde”, e così dai suoi occhi capisco che mangerebbe anche dei sassi se solo non costituissero troppo peso in più da portarsi nello stomaco in salita. Lo faccio soffrire ancora un po’ e poi, alla “Coppi e Bartali”, allungo i miei ultimi quattro preziosissimi quadratini di cioccolata. Non basta! Apro lo zaino e dividiamo l’ultimo trancio di pane e salame…. chi dice che la pelle non è buona?! E che sostanza la cordicella!

La salita è così dura che ognuno deve trovare le forze e l’equilibrio giusti, ognuno del suo passo. Più avanti vedo una fontana, mi fermo, tolgo le scarpe e attendo il mio compagno dentro la mia nuovissima vasca modello abbeveratoio. Che sollievo!

Intanto tra la gente del posto si è già sparsa la voce di due che da Cannero sono andati sul Monte Zeda e da lì, scesi in Val Cannobina, pensano di andare al Gridone e ritornare a Cannobio. “Iè chi lì! Varda! Ma da ‘ndova iè saltà giò? Tal se ti? Mi a g'ho chi la baita, ma ul Limidari ma basta vardal da giò. Par mi iè cot……”.

La salita è ancora pedalabile, ma noi non siamo più molto freschi, così un po’ piano un po’ adagio raggiungiamo l’Alpe Quadra.

“Paolo adesso dovrebbe mancare solo un pratone” dice Mario.

Pratone???

E’ un versante intero, infinito, con alla sommità una corona rocciosa inquietante, ma siamo qui per farlo e anche se i piedi son cotti le braccia e le gambe tengono ancora bene.

Alzo la bici e, come il Cristo sul Golgota, parto con la mia croce sul groppo seguito da uno dei due ladroni dalle energie finalmente ritrovate. La canna della mia NEVI si fa spazio tra la 5° e la 6° vertebra cervicale e trova la sede giusta. I gomiti sono serrati e insensibili. Tra le costole un pedale. Io e la bici una cosa sola e non è una metafora. Nei brevissimi tratti pedalabili quasi quasi mi dispiace tirala giù, così, con passo costante e inesorabile, con l’aiuto di qualche mirtillo e anche di qualche foglia in 1h30’’ tra sali e scendi, divagazioni, vallette e roccette bruciamo quasi 700 metri di dislivello in salita e alle 19:15 siamo in vetta al Gridone!

Spettacolo!

Il Panorama sul Lago Maggiore è commuovente dopo una fatica così. Foto, piccolo culetto di salame scovato nello zaino e poi ripartenza, ma bastano pochi metri sulle rocce che Mario s’accorge di aver forato. Il tempo di una breve riparazione sotto il pluviometro e in poco la vetta dove eravamo solo 10 minuti prima è immersa in una “nebbia” che viaggia ad una velocità preoccupante. Come gatti precipitiamo in discesa tra le pecore montane e in poco raggiungiamo il Rifugio al Legn. E’ aperto, c’è acqua, c’è una teglia con torta di pane ancora fumante sul tavolo ma non abbiamo tempo.

Solita scenetta del da dove venite, dove andate, quanti siete, un fiorino…..e poi proseguiamo per………. Boh! Una cartina no è? Marioooooooooooooooooooo! Andiamo in giù, l’unico riferimento è il Lago! Ora è solo l’istinto e la fortuna a farci trovare le prime baite sopra Cortaccio a quota 1200m all’alba delle 22 con le luci puntate sul sentiero che ci stà devastando del tutto i piedi. Poi discesa asfaltata dietro mini fino a Brissago, trasferimento su strada del Lago ed ecco la macchina!

Sono le 22:45...Cannobio è bellissima di notte! 

 

95km (+/- 5km)

4154m/disl in salita (reale)

14h20’ pedalate e camminate

16h50’ totali

 

Planimetria planimetria
Altimetria altimetria
Passaggi passaggi

  

 

Emozioni e racconti di un’avventura tra le più estreme che abbia mai fatto. Distanza elevata, dislivello proibitivo e condizioni estreme dettate principalmente dalla non ciclabilità del percorso (circa 30-35km).

Un giro fatto di gambe, braccia e schiena, ma soprattutto di testa e caparbietà.

Una gran fatica, ma qualcuno dice che l’importante è accumulare bei ricordi per quando saremo vecchi.

Ringrazio il mio giovane e sveglio compagno di viaggio, Mario Pistocchini, garoni di prima scelta e montagna nel sangue, da generazioni……..

Ringrazio Giancarlo Colla che ci ha messo lo zampino e mi ha fatto comprendere lo spirito di certe sfide.

La montagna aiuta nella ricerca della semplicità dell’anima.

 

   

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Agosto 2010 21:47
 

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